I fossili pleistocenici di Augusta (Siracusa) – di Agatino Reitano

I fossili pleistocenici di Augusta,
testimoni “glaciali” di un mare di 800.000 anni fa

Lungo la sponda sinistra del torrente Marcellino, in un’area compresa tra Augusta e Villasmundo (Siracusa), presso contrada Ogliastro, affiorano delle argille di età pleistocenica contenenti livelli riccamente fossiliferi di grande interesse scientifico, messi in luce da lavori di sbancamento di una cava. I fossili, prevalentemente molluschi e altri invertebrati marini, sono stati studiati da Di Geronimo et al. (2000) che ne hanno descritto il significato paleoambientale e paleoclimatico. In particolare tali argille rientrano all’interno di una successione stratigrafica del Quaternario ibleo, che comprende due cicli sedimentari marini (Carbone, 1985): uno basale, più antico, dato da calcareniti giallastre, sabbie e argille grigio-azzurre del Calabriano (parte più recente del Pleistocene inferiore), ed uno superiore, costituito da biocalcareniti comunemente indicate con il termine di “panchina”, depositate durante lo Ioniano (Pleistocene medio). I livelli fossiliferi di contrada Ogliastro rientrano all’interno delle argille del primo ciclo, le quali contengono intercalate diverse lenti e strati sabbiosi, ricchi di numerosi fossili appartenenti a molluschi marini di significato freddo noti come “ospiti boreali”.

Reitano-Augusta-foto 0Veduta aerea della cava d’argilla (immagine tratta da Google).

Per comprendere il significato della presenza di tali “ospiti boreali” è necessario conoscere le peculiari variazioni climatiche avvenute durante l’epoca pleistocenica, tra circa 2.600.000 e 12.000 anni fa (http://stratigraphy.org/upload/QuaternaryChart1.JPG), nell’emisfero boreale, e, nel particolare, nell’area mediterranea. Sin dalla base del Pleistocene (piano Gelasiano, circa 2.6-1.8 milioni di anni) si verificò un deterioramento climatico, ma le prime marcate variazioni quaternarie del clima cominciarono dalla base del Calabriano, si intensificarono dalla base dello Ioniano (un tempo nota come l’inizio del “periodo glaciale”) e perdurarono fino alla fine del Pleistocene quando si concluse una delle più intense glaciazioni, quella würmiana. Tali marcate fluttuazioni climatiche riguardarono l’alternanza di periodi freddi, o “glaciali”, caratterizzati da sensibili abbassamenti di temperatura, e fasi di marcata stagionalità, e di periodi caldi, o “interglaciali”, caratterizzati da innalzamento di temperatura e da un grado di stagionalità molto minore. Durante i periodi “glaciali” le calotte polari si estesero notevolmente ed il livello marino si abbassò (per la sottrazione dell’acqua a favore della formazione del ghiaccio polare), causando l’emersione di vaste fasce costiere (regressione marina). Viceversa, durante i periodi “interglaciali”, l’incremento delle temperature causò lo scioglimento di gran parte delle calotte polari, determinando un innalzamento del livello marino ben al di sopra dei livelli attuali (trasgressione marina). Le oscillazioni climatiche pleistoceniche ebbero una forte ripercussione su un nutrito gruppo di organismi continentali e marini, i quali modificarono significativamente il proprio areale di distribuzione in relazione alla avanzata/riduzione delle calotte, a sua volta regolata dalle variazioni di temperatura. Le specie fossili che appartengono a questo gruppo di organismi, rientrano nella categoria dei “fossili climatici” o “termometri fossili”, così detti poiché forniscono precise informazioni riguardo alle trascorse condizioni climatiche. In particolare, durante le ripetute fasi di recrudescenza climatica fredda, vari gruppi di organismi marini provenienti dall’Atlantico nord orientale andavano penetrando in Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra. Tali organismi, definiti “ospiti boreali” oppure “ospiti freddi” o ancora “ospiti celtico-nordici”, tornavano a popolare le acque dell’Atlantico nord orientale durante gli interglaciali, quando questo bacino, e non più il Mediterraneo, tornava ad essere l’areale congeniale alle loro esigenze ecologiche.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPanoramica della cava di argilla di contrada Ogliastro.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACanalone realizzato all’interno degli strati fossiliferi, per consentire il drenaggio delle acque che si accumulano all’interno della cava.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiano di calpestio di una porzione della cava, in cui affiorano ricchi livelli fossiliferi.

Già durante l’800 malacologi e paleontologi si cimentarono nell’interpretazione di tali specie fossili, abbondantemente ritrovate in sedimenti pleistocenici della Sicilia ma sconosciute nelle acque dell’attuale Mediterraneo. S’intuì già allora che la loro presenza doveva essere legata a periodi climaticamente differenti dall’attuale. Solo nella seconda metà del ‘900 si giunse a comprendere l’esatto significato di queste specie fossili, la loro utilità nel ricostruire le condizioni paleoclimatiche dei fondali in cui esse sono vissute, ed il possibile utilizzo, quali strumenti interpretativi, attraverso il riconoscimento dei relativi eventi locali di comparsa e scomparsa, nelle ricostruzioni delle fasi ecostratigrafiche che caratterizzano il Quaternario mediterraneo, ma anche per ricostruire la biostratigrafia marina del Pleistocene, attraverso gli eventi di comparsa e scomparsa delle varie specie. Gli ospiti boreali, infatti, sono giunti in Mediterraneo attraverso dei flussi differenziati a livello specifico. Riguardo al deposito di Ogliastro, un esempio dell’utilizzo degli ospiti boreali in chiave eco-stratigrafica proviene dal ritrovamento della specie Spisula elliptica: la presenza di tale specie, caratteristica del contingente boreale migrato in Mediterraneo in prossimità del passaggio Calabriano/Ioniano (parte sommitale del piano Siciliano), suggerisce di attribuire un’età di circa 800.000 anni a questo deposito. Il giacimento augustano è, pertanto, coevo a quello di Ficarazzi (Palermo, ex Cava Fazio), scelto quale stratotipo del Siciliano (Ruggieri et al., 1975). Di quest’ultimo deposito – ahinoi!- quasi non rimane più nulla, essendo stato quasi interamente distrutto e coperto da impianti di stoccaggio di idrocarburi, prima, e di depurazione delle acque, dopo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAValve di Arctica islandica, tipico “ospite boreale”, sul piano di calpestio della cava.

Nel giacimento fossilifero di Ogliastro è rilevante la presenza di un consistente numero di ospiti boreali, oltre che di specie di significato freddo come le specie boreali relitte, e quelle ad affinità atlantica (Di Geronimo et al., 2000). Tra gli ospiti boreali, per quanto riguarda i molluschi, sono state trovate conchiglie fossili di bivalvi e gasteropodi, appartenenti alle specie Arctica islandica, Dosinia lincta, Macoma obliqua, Spisula elliptica, Pseudoamussium peslutrae, Palliolum tigrinus, Panomya norvegica, Mya truncata e Neptunea contraria. Specie di significato boreali sono presenti anche tra altri gruppi di invertebrati marini abbondanti nello stesso affioramento come i briozoi (Haplota clavata), i policheti serpuloidei (Spirorbis spirorbis e Spirorbis corallinae) e le alghe calcaree (Phymatolithon laevis). Tra le diverse specie ad affinità atlantica, particolare attenzione merita il piccolo mollusco bivalve, Crenella rosariae, per la prima volta trovato e descritto proprio nel giacimento di Ogliastro, pertanto divenuto Locus typicus della specie. Questo bivalve mostra una maggiore affinità con una specie vivente nel nord est Atlantico, piuttosto che ad una congenerica del Mediterraneo. Le conchiglie fossili del giacimento di Ogliastro, infine, mostrano anche un ulteriore “segnale” indicatore delle condizioni climatiche fredde. Infatti, alcune specie di molluschi (Tectura virginea, Papillicardium papillosum, Timoclea ovata), di echinodermi (Echinocyamus pusillus) e di serpulidi (Potamoceros triqueter), mostrano un singolare “gigantismo” per avere degli spessori esoscheletrici e delle dimensioni anche doppie rispetto agli stessi tipi ancora viventi in Mediterraneo. Tale curiosa particolarità è verosimilmente legata ad un rallentato metabolismo.

Reitano-Augusta-Foto 5Neptunea contraria: gasteropode marino tipico di mari freddi, dalla conchiglia ad avvolgimento sinistrorso, ovvero specularmente opposto a quello presentato della maggiorparte dei gasteropodi.

Reitano-Augusta-foto 6Mya truncata (al centro dell’immagine); altro “ospite boreale” presente nei livelli più alti della sezione sabbiosa della cava.

Lo studio del significato ecologico delle specie presenti nel giacimento di Ogliastro unitamente alla natura dei sedimenti che li contiene, ha consentito inoltre di ricostruire il paleoambiente in cui tali organismi marini vivevano. Ad esempio, verificando l’ambiente di vita delle stesse specie nell’attuale Mediterraneo e rapportandolo al passato, è possibile ricostruire la profondità alla quale tali organismi vivevano. Gli strati fossiliferi di Ogliastro si sarebbero deposti ad una profondità stimata tra gli 80 e i 100 metri, in condizioni di basso idrodinamismo. La ricca presenza di organismi che vivono all’interno del substrato (infaunali), ritrovati con entrambe le valve in connessione anatomica, in posizione di vita, testimonia proprio l’assenza di correnti d’intensità tale da erodere il fondale marino e rimaneggiare tali resti di organismi depositandoli in un assetto non originario. Insomma, come in un rompicapo, analizzando ogni singolo esemplare con la giusta chiave di lettura, si ottengono risultati sorprendenti. La paleontologia moderna, alla stessa stregua dei più delicati casi di indagine effettuati dalla polizia scientifica, si occupa di comprendere, diremmo, la scena del delitto, talvolta con scarsi, ma significativi, indizi. Quali saranno le sorti del giacimento di Augusta? Il suo futuro non sembra affatto roseo, come non lo è stato per altri giacimenti siciliani altrettanto importanti, come quello di Ficarazzi di Palermo. La legge, o meglio la sua applicazione, non è chiara a tal riguardo, perché se da un lato contempla la tutela dei reperti d’interesse paleontologico (DL 42 del 2004), dall’altro ne consente, per svariati motivi, la distruzione durante la realizzazione di lavori pubblici e privati. Ai privati viene vietata la raccolta dei fossili, salvo rarissime eccezioni, nonostante agli stessi venga consentito l’acquisto, ad esempio, di materiali di cava, spesso contenente reperti fossili di grande interesse scientifico, destinabili, a quel punto, a qualunque tipo di sorte, tranne quella di poterli conservare in casa propria. Il paradosso, pertanto, è facile da intuire: detenerli non è consentito, distruggerli si! Insomma, tralasciando i paradossi legislativi di un paese in cui operano troppi individui di basso profilo culturale, preoccupiamoci del fatto che un laboratorio paleontologico all’aria aperta, come quello di Ogliastro, possa essere destinato a scomparire. All’estero, giacimenti del genere, vengono tutelati in maniera differente. In altri paesi, la tutela viene intesa come possibilità per tutti di poter cercare, studiare e collezionare, reperti raccolti sul campo, sotto la supervisione di personale qualificato. Ad ognuno viene riconosciuta la capacità di poter contribuire alle conoscenze scientifiche. E’ altresì da rimarcare che alcuni giacimenti vengono persino trasformati in parchi tematici con musei paleontologici annessi, al fine di creare attrazioni per lo sviluppo del turismo scolastico e non solo, e quindi occupazione lavorativa. Sarebbe pertanto auspicabile che anche in casa nostra questo possa avvenire, magari sotto la spinta di una classe politica più sensibile a tematiche di ampio respiro culturale, in vista di uno sviluppo del turismo naturalistico per cui la Sicilia è votata, e per la salvaguardia di beni che appartengono a tutti.

Ringraziamenti

Si ringrazia la prof.ssa Rossana Sanfilippo (Dipartimento di scienze geologiche dell’Università di Catania) per il valido contributo fornito durante la stesura del testo e per la cortese rilettura dello stesso.

Bibliografia

Carbone S. (1985), I depositi pleistocenici del settore nord-orientale ibleo tra Agnone e Melilli (Sicilia SE): relazione tra facies e lineamenti strutturali. Boll. Soc. Geol. It., 104: 405-420

Di Geronimo, I., Di Geronimo, R., La Perna, R., Rosso, A. and Sanfilippo, R., (2000), Cooling evidences from Pleistocene shelf assemblages in SE Sicily, in H. B. Hart (ed.) Climates: Past and Present, Geological Society of London, Spec. Publ., 181, 113–120.

Ruggieri G. & Sprovieri R. (1975) – La definizione dello stratotipo del piano Siciliano e le sue conseguenze. Riv. Min. Sic., pp.151-153.

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