Le Salinelle presso Paternò – di Francesco Cavallaro

LE SALINELLE DEI CAPPUCCINI
In alcune località situate nei dintorni di Paternò, nel settore sud-occidentale dell’Etna, sono note da tempo delle particolari manifestazioni naturali, caratterizzate da emissioni spontanee di gas acqua e argilla, il cui accumulo dà luogo alla formazione di piccoli vulcani di fango. Localmente note come “Salinelle” per via della salinità delle acque emesse, appartengono a quei fenomeni naturali noti col nome di “salse”. Le manifestazioni più importanti sono tre: 1) Le Salinelle dei Cappuccini o di San Marco, presso lo Stadio Comunale; 2) Le Salinelle del Fiume o di San Benedetto, ad Ovest di Paternò, nei pressi del Fiume Simeto; 3) Le Salinelle di San Biagio o del Vallone Salato, circa 2,5 Km a SE, in località Vallone Salato (territorio di Belpasso).


Ubicazione delle Salinelle nei dintorni di Paternò (mappa tratta da Google)

Le Salinelle dei Cappuccini, di gran lunga le più importanti per l’estensione e la portata dei fenomeni, coprono una superficie di circa 10 ettari e sono caratterizzate dalla presenza di due distinte aree in cui si verifica questa particolare attività. L’area più estesa, e certamente quella più importante, è quella orientale, situata a ridosso di quelle strutture sportive insensatamente edificate proprio nel sito delle Salinelle. Nella zona occidentale di quest’area, al margine della collina, sono presenti altri punti di emissione minori, ma non per questo meno interessanti, poiché meglio conservati rispetto agli altri.

Le Salinelle dei Cappuccini. Nell’immagine si possono distinguere le due aree interessate dai fenomeni di eruzione di prodotti idro-argillosi e di gas (immagine tratta da Google).

Le emissioni più importanti si verificano nelll’area orientale, dove sono presenti uno o due orifizi principali, del diametro di alcuni metri, in cui il gas (principalmente costituito da anidride carbonica) gorgoglia, più o meno intensamente, trascinando con sé un miscuglio di acqua e argilla che lentamente defluisce verso valle, formando delle caratteristiche sottili colate.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOrifizio principale delle Salinelle dei Cappuccini

Allontanandosi dalle bocche principali, s’incontrano numerosi orifizi minori, la cui attività non sempre è strettamente correlata con le variazioni che avvengono in quelle maggiori. Alcuni di questi emettono piccole colate di fango, mentre altri liberano solamente delle bolle di gas all’interno di pozze incrostate di depositi salini dai toni sgargianti del giallo e del rosso.

SALIN.Orif.IncrostanteOrifizio secondario con depositi di incrostazioni saline e debole emissione di gas e acqua.

L’area occidentale delle Salinelle dei Cappuccini, meglio conservata, presenta alcuni vulcanelli di fango che, nel tempo, hanno parzialmente ricoperto dei vecchi terrazzamenti per uso agricolo. Particolarmente interessante è il più esteso di essi, la cui attività, seppur moderata, persiste da diversi anni.

IMG_2564Il principale vulcanello di fango dell’area occidentale delle Salinelle dei Cappuccini.

Le Salinelle dei Cappuccini hanno da sempre suscitato la curiosità (e talvolta la preoccupazione) degli abitanti di questo settore del vulcano, ma anche di scienziati e viaggiatori del passato. Sebbene erano già note in epoca romana e frequentate sin dalla preistoria (probabilmente perchè legate al culto di divinità sotterranee), i primi studi sulle Salinelle a carattere scientifico sono quelli di O. Silvestri (1878, 1879), basati sulle osservazioni effettuate durante le fasi di intensa attività del mese di gennaio del 1866 e dicembre del 1878, e quelli di G. Cumin (1954), sulle eruzioni di acqua e fango dei mesi di dicembre del 1953 e maggio 1956.
Durante le attività del gennaio 1866 e dicembre 1878 si ebbe un vistoso incremento del volume di gas e acqua emesse (rispetto all’attività ordinaria), con formazione di getti e zampilli, alcuni dei quali raggiunsero i 3 metri di altezza (1878), ed un aumento della temperatura (normalmente é quella media ambientale) che raggiunse 30 – 40 °C.
Orazio Silvestri credette di poter correlare l’attività delle salinelle con quella dell’Etna. Egli infatti notò che, cessata da poco l’eruzione del 1865, e ancora con le bocche fumanti, il 15 gennaio 1866, gli abitanti di Paternò avvertirono un leggero terremoto cui non seguirono altre scosse; dopo circa una settimana il bacino delle Salinelle si riempì di acqua calda e salata che, occupata una superficie di circa 800 mq, cominciò a scorrere come torrente nelle campagne sottostanti.
La tesi di Silvestri venne apparentemente smentita il 15 dicembre 1953 quando, senza alcuna evidente correlazione con attività vulcanica o sismica, ebbe inizio una lunga ed intensa attività, durata circa sei mesi, che fu ben seguita e studiata dai ricercatori dell’Istituto di Vulcanologia dell’Università di Catania ed accuratamente descritta da G. Cumin. Nel “campo” si formarono diversi orifizi, alcuni dei quali ampi fino a 3 metri, da cui scaturirono colate di fango e zampilli di acqua alti oltre un metro.
La mancanza di correlazione con l’attività vulcanica dell’Etna e con crisi sismiche locali o regionali, indusse Cumin ad una diversa interpretazione. Secondo quest’ultimo, il fenomeno delle Salinelle poteva essere causato dal degassamento di una massa magmatica solidificata presente in profondità, che avrebbe dato anche origine all’antico piccolo cono vulcanico di Paternò (la collina non lontana su cui sorge il Castello). Cumin illustra nel suo lavoro alcune analisi qualitative e quantitative effettuate sui gas emessi, comparandole con quelle effettuate in precedenza da altri Autori, che noi qui di seguito riportiamo.
salinelle.composizione

Secondo Cumin, l’elevata salinità delle acque (il 97,52 % dei sali sono cloruri, prevalentemente di sodio) sarebbe derivato da un accentuato tenore salino delle argille pleistoceniche presenti al letto della falda acquifera, mentre l’idrogeno solforato (H2S) è stato rilevato solamente nelle fasi parossistiche (questo gas ha un caratteristico odore di uova marce). Circa la presenza di metano e di tracce di idrocarburi allo stato liquido, questi sarebbero presenti nelle formazioni sedimentarie attraversate dai fluidi in risalita.
Studi più recenti, effettuati anche sugli elementi in tracce e sui rapporti isotopici degli elementi che compongono i gas emessi alle Salinelle, hanno spostato nuovamente l’attenzione del mondo scientifico su queste e su altre manifestazioni gassose presenti alla periferia del vulcano, che possono costituire degli importanti indicatori e precursori delle attività eruttive dell’Etna.
Alcuni ricercatori (Caracausi et Al. , 2003a; Giammanco e Pecoraino, 2005) studiando il rapporto tra gli isotopi dell’elio (He) contenuto nei gas emessi, ne confermano la natura vulcanica, in quanto esso è identico a quello osservato nelle microinclusioni fluide situate all’interno dei fenocristalli di olivina presenti nelle lave dell’Etna. Il monitoraggio di queste sorgenti naturali di gas da parte dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha inoltre messo in evidenza una stretta correlazione con l’attività eruttiva dell’Etna, anche se non sempre con le fasi parossistiche osservate alle Salinelle. In particolare, brusche variazioni nel rapporto isotopico dell’elio sono state riscontrate prima e durante le eruzioni del 2001, 2002, 2004, 2006. La sorgente magmatica di questi gas viene posta da questi ricercatori a due diverse profondità, rispettivamente tra 9 e 13 km e tra 1,5 e 5 km, in accordo anche con i dati geofisici (Murru et Al., 1999; Chiarabba et Al., 2000) che hanno individuato a queste profondità due zone di stazionamento dei magmi che risalgono dal mantello e che alimentano il vulcanismo etneo.
Altri ricercatori (Chiodini et Al. -1996), sulla base di studi effettuati sulle fasi aquosa e gassosa (basate sul rapporto Na/K, sul contenuto totale in HCO3, sulla salinità totale e sui valori di pressione della CO2), ritengono che le emanazioni liquide e gassose delle salinelle siano da correlare ad un sistema di alimentazione idrotermale, situato in profondità, la cui temperatura si aggira sui 100 -150 °C. Tale sistema è a sua volta connesso all’acquifero presente nel fianco sud-occidentale del vulcano, caratterizzato da acque ricche in anidride carbonica e sali minerali, che si estende su una vasta area del fianco sud-occidentale dell’Etna.
L’anidride carbonica presente nelle emanazioni gassose delle salinelle, sarebbe dunque non solo di sicura origine magmatica, ma anche in stretta relazione con l’attuale attività magmatica del nostro vulcano. La presenza di masse magmatiche intruse nelle formazioni sedimentarie sottostanti l’edificio vulcanico etneo, determina un intenso flusso di fluidi che migrano verso l’alto, di cui l’anidride carbonica è uno dei componenti più abbondanti. Durante questa risalita, attraverso i sistemi di fratture locali della crosta terrestre, l’anidride carbonica attraversa terreni di diversa natura, saturando le acque con cui viene a contatto, in un delicato equilibrio di temperatura e pressione. Da qui le acque, sovrasature di anidride carbonica e fortemente mineralizzate (potrebbe trattarsi anche di acque fossili), risalgono grazie alla spinta di espansione del gas, trascinando con sé particelle fini, come ad esempio l’argilla, ma anche piccole quantità di idrocarburi allo stato liquido (che formano chiazze scure e pellicole iridescenti sulle pozze acquose), oppure gassosi, come il metano.
Gli improvvisi incrementi dell’attività delle Salinelle sono probabilmente da imputare a variazioni del delicato equilibrio delle condizioni di pressione del gas nelle falde acquifere più profonde. Come in una bottiglia di spumante, un urto o una variazione di temperatura determina la liberazione immediata di grandi quantità di bolle di gas e la formazione della schiuma, un movimento tellurico (come accadde il 15 gennaio 1866) o una variazione improvvisa e silente delle condizioni termodinamiche profonde (come accade probabilmente nei casi in cui non sembra esserci un nesso con i fenomeni etnei) potrebbero innescare un’eruzione intensa di gas acqua e fango.
Negli ultimi anni, alle Salinelle dei Cappuccini, si sono verificati diversi eventi parossistici nel mese di febbraio 2002, nel dicembre 2003, nel dicembre 2005 e fine 2006 – inizio 2007, con temperature che hanno raggiunto i 39-40 °C. Anche in condizioni di quiete, tuttavia, grazie al continuo flusso sotterraneo di gas, le bolle spingono gradualmente l’acqua e l’argilla verso l’alto, attraverso le fratture e le discontinuità delle rocce, fino alla superficie, dove si liberano nell’atmosfera, mentre il fango e l’acqua mineralizzata defluiscono lentamente. Anche più recentemente, come nel mese di maggio del 2014 e agosto 2015, si sono avuti episodi d’incremento dell’attività, come documentato nelle foto di seguito riportate.

Salinelle-ConfrontoAttività a confronto nella bocca principale dellle Salinelle dei Cappuccini (27 maggio – 21 giugno 2014). A sinistra una fase parossistica con allagamento dell’area a valle delle bocche. Le fasce scure sono costituite da pellicole di idrocarburi.

Salinelle.Cappuccini.schizzoAumentata attività nella bocca principale dellle Salinelle dei Cappuccini (9 agosto 2015). Le chiazze scure sono costituite da idrocarburi.

Forma e dimensioni dei vulcanelli di fango sono il frutto del complesso equilibrio tra quei fattori che consentono l’accumulo dei prodotti emessi (e quindi la loro crescita) come la fluidità, la frequenza e la portata delle eruzioni, e quei fattori che invece tendono a impedirlo, come l’erosione, principalmente causata dal dilavamento a causa delle piogge. Le bocche principali delle Salinelle dei Cappuccini emettono flussi di materiali troppo fluidi per costruire il classico cono di fango; queste morfologie sono invece osservabili nella parte periferica occidentale e meridionale della stessa area (ma anche alle Salinelle di San Biagio), in quest’ultima in particolare, fino a qualche decennio addietro era attiva una bocca che generò un cono di fango ampio e insolitamente elevato (vedi foto), che l’erosione ha quasi del tutto spianato. Il periodo più propizio per osservare la crescita dei vulcanelli e l’evoluzione delle colate di fango, è evidentemente quello in cui sono scarse o assenti le precipitazioni, pertanto, dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno. Le piogge intense e prolungate, infatti, erodono facilmente le forme create dallo scorrere e dalla sovrapposizione dei flussi di fango, ostruisce gli orifizi minori e genera una nuova superficie su cui madre natura creerà un nuovo suggestivo e straordinario paesaggio in miniatura, effimero e in continuo mutamento, fatto di pozze gorgoglianti, di croste minerali di tutte le sfumature di colore della ruggine, di piccoli vulcani dalle fredde colate di fango.

Vulcanetto.Salinelle.CappucciniUn vulcanello di fango, oggi estinto ed eroso, che si ergeva nella parte più elevata dell’area orientale delle Salinelle dei Cappuccini.

A causa della scarsa sensibilità delle amministrazioni che si sono succedute nel Comune di Paternò, che non hanno pienamente percepito il loro straordinario significato naturalistico ed il potenziale valore turistico-economico, per molti anni le Salinelle hanno subito un gravissimo degrado, essendo state ridotte ad una sorta di ricettacolo d’immondizie e di rifiuti di ogni tipo. Situate alla periferia del centro abitato, per poco non venivano distrutte dalla costruzione del vicino campo sportivo (in effetti alcune di queste manifestazioni hanno perforato il manto asfaltato delle opere di urbanizzazione e continuano ad emettere i loro fluidi). Diversi anni or sono sono state parzialmente ripulite e recintate, in un vano tentativo, miseramente fallito, di protezione e fruizione mal gestita. A causa di una totale mancanza di sorveglianza e di personale che ne potesse gestire la corretta fruizione, infatti, sono state divelte e asportate le passerelle in legno e in gran parte distrutte la recinzione e le opere di accesso all’area. Ancora oggi le Salinelle dei Cappuccini versano in questo stato di degrado, sebbene recentemente siano state prese dall’attuale Amministrazione comunale delle contromisure volte a impedire l’utilizzo dell’area e della strade di accesso come discarica, mediante una pulizia sommaria e l’installazione di un sistema di videosorveglianza. Sebbene inserito tra i geositi d’Italia, da parte dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), la Regione Siciliana non ha mai sentito il bisogno di includere questo sito tra le aree protette. Sia le Salinelle dei Cappuccini, sia le Salinelle del Fiume e quelle di San Biagio, incredibilmente, a tutt’oggi non godono di alcun regime di protezione. Solo recentemente (maggio 2015), la Commissione Tecnico-Scientifica dei Geositi dell’Assessorato per il Territorio e l’Ambiente della Regione Siciliana ha inserito le tre aree nel Catalogo Regionale dei Geositi della Sicilia (L.R. n° 25 del 11/04/2012 – D.A. n° 87 del 11/06/2012) definendoli come “Sistema delle Salinelle del Monte Etna”, geositi di interesse scientifico “mondiale”, definizione che risulta alquanto in contrasto con le attuali condizioni di abbandono (e talora di degrado) in cui essi versano.

IMG_4896-RidottaOrifizio con emissioni di gas, acqua e fango, apertosi nell’asfalto della strada nei pressi del Campo sportivo (9 agosto 2015).

LE SALINELLE DEL FIUME
Situate su di un terrazzo alluvionale del Simeto, a meno di 500 m di distanza dal corso d’acqua, le Salinelle del Fiume si sviluppano su una superficie quasi pianeggiante di circa 9.000 metri quadrati. L’attività principale di queste salinelle consiste nella produzione di anidride carbonica e acqua ricca di sali minerali (cloruro di sodio e carbonato di calcio e magnesio) che, nel corso del tempo, hanno formato dei depositi incrostanti di colore grigio, giallo ocra e rosso ruggine. In alcuni punti, all’interno di questi depositi, sono stati trovati resti di ceramiche protostoriche (età del Rame e del Bronzo) che fanno presupporre un uso cultuale di questo sito.

Salilelle.FiumeLe Salinelle del Fiume ricadono in un’area agricola che ha subito molte modifiche da parte dell’uomo ed è attraversata da un canale d’irrigazione (immagine tratta da Google).

Salinelle.Fiume.fotoIl settore meridionale delle Salinelle del Fiume

LE SALINELLE DI SAN BIAGIO
Situate alla radice del Vallone Salato (in territorio di Belpasso ma presso Paternò), le Salinelle di San Biagio si sviluppano su una superficie di circa 10.000 metri quadrati, tra avvallamenti e dossi argillosi e, delle tre salinelle sono certamente quelle meglio conservate.
Dell’intera area, la parte nordorientale (circa un terzo della superficie) presenta un’intensa attività, mentre la restante parte mostra prevalentemente delle efflorescenze saline. L’attività principale consiste nella produzione di colate di fango da alcuni punti preferenziali. La persistenza dei punti d’emissione dei fanghi nel corso di questi ultimi anni, ha permesso la formazione di un piccolo rilievo argilloso a forma di scudo, sul cui culmine si addensano i punti d’emissione. Le acque ed i fanghi emessi defluiscono negli impluvi più vicini che, a loro volta, confluiscono nell’alveo del Vallone Salato. Questo, specie in estate e in ragione dell’intensità delle emissioni, presenta il fondo spalmato d’argilla e di efflorescenze saline, da cui il nome del vallone.

Salinelle.S.BiagioLe Salinelle di San Biagio, situate a est di Paternò, ricadono in territorio di Belpasso e godono ancora di un buono stato di conservazione (immagine tratta da Google).

Salinelle-San-Biagio036L’area sommitale delle Salinelle di San Biagio e la bocca principale.

Salinelle-San-Biagio028Salinelle di San Biagio. Orifizio di forma conica con fessurazioni poligonali causate da un periodo di siccità e di scarsa attività. 

Salinelle-San-Biagio010Salinelle di San Biagio. Sottile colata di fango appena emessa dalla bocca.

VULCANI DI FANGO IN ITALIA E NEL MONDO
Sebbene non si tratti di un fenomeno comune, tali manifestazioni non sono esclusive dell’area etnea.
In Sicilia, infatti, sono note le “Maccalube” (termine di origine araba) di Aragona (Agrigento), quelle di Terra Pilata, presso il Villaggio Santa Barbara di Caltanissetta, quelle di Monte Bissana presso Cattolica Eraclea (Agrigento) e del Fuoco di Censo presso Bivona (Agrigento).
Nel resto del territorio nazionale il fenomeno è particolarmente diffuso nell’Appennino settentrionale ed in particolare in quello emiliano, dove il fenomeno più noto è quello delle Salse di Nirano (prov. Modena) con i suoi vulcani di fango che raggiungono un’altezza di circa tre metri.
Se le Salinelle di Paternò e dintorni sono alimentate da gas anidride carbonica di origine sicuramente magmatica, lo stesso non è per quelle che non insistono su aree vulcaniche, dove è generalmente il metano a spingere in superficie l’acqua e l’argilla.
Il fenomeno dei vulcani di fango o “mud volcanoes” è diffuso in molte altre parti del mondo, anche in fondo al mare, prediligendo le aree caratterizzate da corrugamento tettonico e dalla presenza di giacimenti di idrocarburi. In Azerbaijan, sulle sponde del Mar Caspio, ne esistono circa 300 e possono raggiungere l’incredibile altezza di 600 metri.

Francesco Cavallaro

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